Il terrore dell’Isis avanza L’Occidente sta a guardare

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La chiamano Conferenza, ma sembra piuttosto la malinconica certificazione di una sconfitta già segnata. Anzi di una doppia sconfitta. Da una parte quella della coalizione a guida statunitense riunita a Parigi per analizzare gli insuccessi nella lotta allo Stato Islamico e trovare una via d’uscita.

Dall’altra quella di un paese ospitante costretto a fare i conti con le conclusioni della commissione d’inchiesta parlamentare che lunedì ha bollato come inadeguate, o addirittura controproducenti, le politiche antiterrorismo varate durante la presidenza del socialista Francois Hollande. Politiche che hanno trasformato le carceri in autentiche filiere jihadiste, non hanno garantito la sorveglianza adeguata delle cellule islamiste e hanno permesso ad oltre la metà dei volontari «francesi» dello Stato Islamico di lasciare il paese all’insaputa dei servizi segreti. Le debacle di Parigi sono però ben poca cosa rispetto a quelle registrate sul fronte mediorientale. Lì nonostante otto mesi di raid aerei, con 2200 incursioni in Iraq e 1400 in Siria, lo Stato Islamico appare infatti in rapida espansione. In Iraq dopo aver conquistato Ramadi, ovvero l’antica «porta di Bagdad», le milizie del Califfato si preparano a minacciare la stessa capitale. In Siria dopo aver conquistato Palmira lo Stato Islamico si prepara ad avanzare verso Homs, prima tappa di una possibile marcia verso Damasco. Sul fronte settentrionale le bandiere nere del Califfato sventolano a soli 50 chilometri dal Bab al Salam, uno dei principali punti di transito della frontiera turco siriana. Di fronte a questa inarrestabile avanzata a tenaglia la cosiddetta «coalizione», riunita da ieri a Parigi, non sembra in grado di contrapporre nulla di originale. E il grigio consesso parigino rischia di trasformarsi nell’auto-certificazione di questa inadeguatezza. Mentre l’Iraq, accusato dagli Stati Uniti di aver abbandonato Ramadi senza combattere, chiede per bocca del suo premier Haidar Al Abadi più armi e più soldi nessuno sul fronte occidentale, o su quello arabo, appare disponibile a mandare un solo uomo sul terreno. I primi a guardarsi bene dal prometterlo sono i portavoce dell’amministrazione Obama che preferiscono invece ripetere le usurate e abusate promesse di un’imminente «strangolamento» dell’Isis. L’ingenua frottola nasconde il peccato originale di una campagna militare condotta al fianco di alleati mediorientali a dir poco equivoci. Primo fra tutti un Qatar sospettato di aver apertamente finanziato e armato lo stesso Stato Islamico. Ma nella classifica dei «sospetti» non manca un’Arabia Saudita incline a considerare il Califfato un nemico «secondario» rispetto ad un Iran grande alleato di Bagdad e Damasco e demiurgo di quelle milizie sciite dimostratesi, fin qui, le uniche in grado di contenere l’avanzata del Califfato. All’interno di una conferenza segnata anche dall’assenza del segretario di Stato John Kerry, vittima di un incidente in bicicletta sulle strade svizzere, l’anomalia più inspiegabile è però la riluttanza statunitense ad offrire maggiore appoggio e sostegno alle tribù sunnite irachene pronte a combattere contro lo Stato Islamico. La fiducia conferita agli alleati sunniti fu la chiave di volta dell’offensiva del 2006 e permise al generale americano David Petraeus di ribaltare le sorti del conflitto sconfiggendo i predecessori dello Stato Islamico. Nonostante la strategia appaia anche oggi l’unica in grado di sottrarre consensi allo Stato Islamico, Washington continua però a dimostrarsi alquanto restia a riproporla. In questo deserto d’idee l’unica novità sembra l’arrivo in Iraq, annunciato da Kerry dal suo letto d’ospedale a Boston, delle armi anti carro americane indispensabili per bloccare i micidiali blindati-bomba usati dall’Isis per sfondare le linee difensive di Ramadi. La medicina rischia però, a detta di molti esperti, di rivelarsi peggiore della malattia. Gran parte dei blindati imbottiti d’esplosivo utilizzati per sfondare le difese di Ramadi erano infatti mezzi di produzione americana sottratti all’esercito di Bagdad. E le armi destinati a fermarli rischiano di fare la stessa fine.