Il crollo delle economie emergenti e crollo delle borse

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Le economie emergenti non stanno bene. Il tracollo dei prezzi delle materie prime, petrolio in testa, ha trascinato diverse di loro nella crisi valutaria, come nel caso di Russia e Brasile, entrambi in recessione. Lo scorso anno, il rublo aveva perso il 46%, ma da gennaio fino a metà maggio aveva registrato un rally, che si era tradotto in un cambio apprezzato del 15%. Tuttavia, il ripiegamento delle quotazioni  del greggio, da cui dipende la metà delle entrate e che rappresenta per l’economia russa i 3 quarti delle esportazioni, ha provocato un nuovo tonfo e oggi il cambio tra rublo e dollaro viaggia a un soffio da 65,50, ossia in calo di quasi il 10% da inizio anno.

Identico destino per il real brasiliano, che complice una crisi dalle cause anche interne, crolla del 35% su base annua e non consente alla banca centrale di abbassare l’inflazione, nonostante 2 anni e mezzo di stretta monetaria.

Ma, in generale, è il complesso delle valute emergenti ad essere debole, segnando otto settimane di fila di cali. Ne stanno risentendo chiaramente i bond di questi paesi, così come l’indice MSCI delle loro economie, sceso oggi a un minimo degli ultimi 4 anni e segnando un regresso del 20,50% su base annua.

Crescita mondiale in rallentamento

Non è solo il calo dei prezzi delle commodities a generare tale spirale negativa sui rispettivi mercati. Oltre a fattori di portata locale (la crisi politica turca e quella brasiliana, ad esempio), esiste anche il più vasto timore di un rallentamento dell’economia mondiale, di cui la Cina sta dando prova con la svalutazione delloyuan, attuata in 3 mosse la settimana scorsa, che molti analisti e investitori credono sia frutto della volontà di Pechino di sostenere le esportazioni e ravvivare così la sua crescita, ai minimi dal 1990.

Oggi è arrivata anche pubblicazione dei dati sul pil in Giappone, che nel secondo trimestre è scivolato dello 0,4% sui 3 mesi precedenti e dell’1,6% annuo, meno delle attese, ma si tratta pur sempre di un passo indietro. Per non parlare della decelerazione della già bassa crescita dell’Eurozona, che lo scorso trimestre è cresciuta dell’1,3% annuo contro il +1,5% messo a segno nel primo trimestre.

Stretta USA accelera i deflussi

In sostanza, delle prime 4 economie (considerando l’Eurozona un’unica realtà), ben 3 stanno deludendo, ossia Eurozona, Cina e Giappone. Parliamo di quasi la metà del pil complessivo del pianeta, che quest’anno potrebbe crescere meno delle attese. Se ciò fosse vero, la domanda di petrolio e di altre materie prime potrebbe rallentare, ma ciò è proprio quello che il mercato sta scontando, unitamente a un eccesso di offerta, facendone scendere i prezzi.

Questo clima di pessimismo si aggiunge alla previsione di un rialzo deitassi USAda parte della Federal Reserve, che dovrebbe mobilitare i capitali dalle economie emergenti, dove sono stati investiti durante la crisi finanziaria alla ricerca di rendimenti maggiori, verso casa. Ciò sta costringendo già da tempo le rispettive banche centrali ad alzare anch’esse i tassi per contenere i deflussi e il crollo dei cambi, ma con la conseguenza di indebolire temporaneamente i tassi di crescita. Un mix, che sta portando all’allontanamento da mercati fino a poco tempo fa ghiotti per l’investitore.

via investireoggi